Mari di incomprensioni

«Siamo tutti isole che si gridano bugie l’una all’altra attraverso mari di incomprensioni.»

Citazione tratta da La luce che si spense, di Rudyard Kipling

 

 

L’accordo commerciale c’è, anzi no. O forse c’è ma è ancora tutto da vedere. C’è un po’ di confusione nei rapporti commerciali tra USA e UE, e viene quasi da pensare alle parole di Kipling: «Siamo tutti isole che si gridano bugie l’una all’altra attraverso mari di incomprensioni».

Facciamo un po’ di ordine. Le due parti hanno annunciato nei giorni scorsi un accordo di massima, totalmente asimmetrico: la maggior parte dei prodotti europei importati negli Stati Uniti sarà tassata al 15 %, meno di altre percentuali minacciate da Trump, ma comunque a un livello molto più elevato rispetto al 2-3% precedente. Mentre l’UE accoglierebbe a braccia aperte i prodotti degli americani, i quali potrebbero concedere (forse) alcune esenzioni.

Discorso a parte su acciaio e alluminio, tema che approfondiremo tra poco.

Non è finita qui. L’UE si impegnerebbe ad acquistare 750 miliardi di dollari di energia dagli USA (gas, petrolio, GNL) entro il 2028, con un ritmo stimato di 250 miliardi all’anno

Il blocco comunitario dovrebbe inoltre a investire 600 miliardi negli Stati Uniti entro il periodo del secondo mandato Trump, comprese spese industriali e acquisti militari.

Il condizionale è d’obbligo perché molti dettagli non sono ancora stati decisi e le versioni rilasciate da USA e UE divergono ogni giorno di più.

Carsten Nickel, vicedirettore della ricerca presso Teneo, ha affermato che l’accordo di domenica è stato «semplicemente un accordo politico» di massima che non può sostituire un accordo commerciale accuratamente negoziato: «Questo, a sua volta, crea il rischio di interpretazioni diverse lungo il percorso, come si è visto subito dopo la conclusione dell’accordo tra Stati Uniti e Giappone».

E infatti Bruxelles si è affrettata a puntualizzare proprio che si tratta di un accordo politico preliminare, non giuridicamente vincolante: entrambe le parti potranno negoziare ulteriormente, in base ai rispettivi iter interni.

E dopo l’arrendevolezza mostrata dall’UE, anche a causa delle differenze di posizione tra i vari governi degli Stati membri, sono piovute molte critiche. Ursula von der Leyen potrebbe essere quindi spinta a mostrarsi più combattiva di quanto fatto finora.

Digitale, farmaci, energia, agroindustria e altro ancora: sono tanti i punti su cui si potrebbe consumare uno scontro tra le due parti.

Veniamo all’ acciaio e alluminio. Qui ci sono delle evidenti incomprensioni. Per gli americani i prelievi doganali dovranno restare al 50%. Gli europei hanno replicato che verrà introdotto un sistema di quote per le esportazioni, con dazi ridotti e che la stangata del 50% scatterà solo sulla quantità di export eccedente.

Altro tema aperto: la Casa Bianca insiste sulla centralità del settore digitale, cercando di strappare condizioni di favore per il business europeo di big company americane come Google, Apple, X, Meta e le altre piattaforme statunitensi. Trump non vuole tasse ad hoc (ossia la cosiddetta “web tax”) e chiede l’abolizione delle “barriere non doganali”. In sostanza, vuole che siano depotenziati i regolamenti UE che adeguano le norme antitrust al digitale, i quali per esempio contrastano la pubblicazione di contenuti violenti o falsi sui social.

Bruxelles sembra pronta ad accettare le richieste relative alla web tax, mentre non vuole ritoccare i regolamenti.

Un ulteriore capitolo da risolvere: l’UE punta a mantenere il dazio del 15% anche sui farmaci, qualunque sia l’esito dell’inchiesta condotta dall’amministrazione Trump che potrebbe portare a una tariffa più alta, come ha lasciato intendere il segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick.

In parallelo i funzionari di Bruxelles stanno cercando di allungare il più possibile la lista delle eccezioni, cioè delle merci totalmente esentate dalle imposizioni tariffarie o con un’aliquota più bassa del 15%. L’idea della delegazione europea è di completare l’elenco nei prossimi mesi, procedendo caso per caso. L’Italia, la Francia, la Spagna e il Portogallo sono al lavoro per ottenere almeno un dazio ridotto sul vino.

Di questo passo, il rischio è che ci vorranno mesi prima di arrivare a un vero Trattato, da sottoporre all’approvazione dei 27 Paesi e dell’Europarlamento. Entro agosto sono attese novità rilevanti, la speranza è che si riducano le incomprensioni e aumenti l’equità delle condizioni.