L’arte della guerra

«Quando il nemico è potente, stai in guardia»

Citazione tratta da L’arte della guerra, di Sun Tzu

 

«Stiamo monitorando attentamente la diffusione del coronavirus, che potrebbe portare a disordini in Cina che si potrebbero ripercuotere sul resto dell’economia globale». Lo ha dichiarato questa settimana, durante un intervento alla Camera statunitense, Jerome Powell. Il presidente della Federal Reserve sa bene che l’epidemia partita dalla patria di Sun Tzu è un «nemico potente». E quindi ha deciso di stare «in guardia», così come suggerisce il generale e filosofo asiatico ne L’arte della guerra.

Ancora più nette sono le parole di Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): «Un virus può creare più sconvolgimenti politici economici e sociali di qualsiasi attacco terroristico. Il mondo si deve svegliare e considerare questo virus come il nemico numero uno». Lo ha detto a Ginevra, dove sono arrivati 400 scienziati tutto il mondo per fare il punto sull’epidemia. Ora si lavora alla creazione di un vaccino, che, stando alle dichiarazioni dell’OMS, «potrebbe essere pronto in 18 mesi». Il Giappone, nel frattempo, ha rafforzato le misure di protezione: da questa settimana saranno cancellati i voli diretti con Shangai e altre città cinesi da 13 aeroporti regionali. Anche i mercati stanno in guardia e, se fino a ieri prevaleva l’idea che il peggio era quasi passato, il balzo dei casi confermati dalle autorità cinesi (in particolare a Hubei, la provincia epicentro del contagio) ha fatto tornare alta la paura di una prolungata crisi sanitaria. Le persone contagiate, complessivamente, sono infatti aumentate a quasi 50.000 e i decessi sono oltre 1.300.

Secondo un report di S&P Global, il rallentamento della Cina, le cui previsioni sul PIL sono state ridotte dal 5,7 al 5% a causa del coronavirus, si ripercuoterà in negativo per lo 0,3% sul prodotto interno lordo globale nel 2020. Per l’agenzia di rating, inoltre, il peso dell’epidemia sull’economia statunitense sarà dello 0,1% e dello 0,1-0,2% sull’Europa, mentre sul resto dell’Asia si avrà un impatto “più elevato” con Hong Kong e Singapore che potrebbero subire una riduzione della crescita anche maggiore di quella di Pechino.

Tornando a Jerome Powell, il banchiere ha toccato altri temi oltre al coronavirus. Il numero uno della FED si è detto piuttosto ottimista riguardo alle prospettive economiche degli Stati Uniti. L’espansione attuale, giunta al suo undicesimo anno, è la più lunga mai registrata nella storia. Durante la seconda metà del 2019 «l’economia è apparsa resiliente agli ostacoli globali che si erano intensificati l’estate scorsa», con l’attività economica che è migliorata ancora e il mercato del lavoro che si è rafforzato, ha sottolineato Powell.

Le sue osservazioni seguono il rapporto formale, presentato dalla FED venerdì al Congresso USA, dove viene ribadita la posizione della banca centrale secondo cui l’attuale intervallo di riferimento per i tassi di interesse a breve termine (compreso tra l’1,5% e l’1,75%) è «adatto» a favorire l’espansione. Secondo Powell non vi è bisogno di alcun ritocco – al momento – anche grazie al diminuire dell’incertezza sulla politica commerciale.

Dalla FED alla BCE: Christine Lagarde, presidente dell’istituto europeo, parlando alla plenaria del Parlamento di Strasburgo – è la prima volta dalla sua nomina – ha spiegato che «il nostro stimolo monetario ha sostenuto la crescita». Ma ha anche avvertito che «non può e non deve essere l’unica azione sul campo». Il motivo? «Più a lungo restano le nostre misure, più sale il rischio che gli effetti collaterali diventino più pronunciati». Alla BCE, ha proseguito Lagarde, «siamo pienamente consapevoli i tassi bassi influiscono sui redditi da risparmio, sulla valutazione degli asset, sull’assunzione di rischi e sui prezzi delle abitazioni. E stiamo monitorando attentamente i possibili effetti collaterali negativi per garantire che non superino l’impatto positivo delle nostre misure sulle condizioni del credito, sulla creazione di posti di lavoro e sui salari». Per tali ragioni i governi devono fare la loro parte con «politiche strutturali e di bilancio che possono rafforzare la produttività».